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Archive for giugno 2011

Buttiglione e lo strabismo di genere

29 giugno 2011 Lascia un commento

di Gabriele Strazio

“Io so corteggiare, lui no, e posso dimostrarglielo in qualsiasi momento”.

Questo è Rocco Buttiglione al settimanale ‘A’, riferendosi alla fama da playboy di Silvio Berlusconi.

In questi giorni di quote rosa (sulle quali, per quanto necessarie in un paese come il nostro, aleggia sempre la presenza del maschilismo d’ufficio), i politici italiani non riescono a fare a meno di fare a gara a chi piscia più lontano.

Boutades, barzellette, scivoloni. Dettagli, forse.

Però – per dirla con Nanni Moretti – le parole sono importanti, e in una politica che di questi tempi deve sempre richiamare se stessa alla sobrietà, i dettagli fanno la differenza.

In questa intervista, che ho trovato a tratti deliziosa, Buttiglione sembra voler mantenersi costantemente in bilico tra il non tradire la sua immagine di cattolico modello e l’irresistibile tentazione di ritagliare anche per sé un piccolo ruolo da gallo italiano nel cinepanettone dell’agone politico.

Vive con sua moglie da trentanove anni, ma non disdegna il guardarsi in giro, e per farlo il suo alibi, dice, gli viene dalle parole di Giovanni Paolo II: “amare è saper guardare le donne”.

E Buttiglione guarda, eccome. Incalzato dal giornalista, propone un suo personale podio di Miss Parlamento in cui, subito dopo Beatrice Lorenzin (PDL), compare la nostra Paola Binetti, per Rocco bella di cuore, intelligenza e fantasia (questa “fantasia”, se penso al famigerato cilicio, in effetti trova una sua certa ragione d’essere…). Riuscite a figurarveli insieme?

Proseguendo, cerca di fare però dei distinguo tra lui e Berlusconi: il secondo, infatti, sarebbe un playboy, mentre lui è un latin lover. Sembrano dettagli, appunto, ma se sei presidente di un partito cattolico, un dettaglio del genere ti salva l’elettorato. Io aggiungerei che – Ruby da una parte e Binetti dall’altra – anche il target pare differente, ma tant’è.

Ama il walzer e il tango lui, è uno da rosa in bocca e serenate, non cadrebbe mai nei giochi strani dei festini. Anche se, con la magnanimità di un confessore, cerca di assolvere come può il premier: il bunga bunga sarebbe stata la risposta tragica di Berlusconi al dolore per la fine del matrimonio con Veronica. Poco importa che l’ordine degli eventi non sia propriamente questo, soliti dettagli.

Nella stessa intervista, per non perdere il filo della sua carriera, Buttiglione torna a parlare anche di omosessualità: “L’omosessualità è un disordine morale. Se Dio ti ha dato un corpo da maschio, non potrai mai essere donna, non potrai mai avere una gravidanza”.

Anche senza voler soffermarsi sul pressapochismo e gli strafalcioni nei quali riesce a inciampare con una sola sparata (qualcuno gli parli della distinzione tra orientamento sessuale e identità di genere, please), il presidente dell’UDC non solo dimostra di non aver ancora compreso la sua storica bocciatura come Commissario europeo, proprio in relazione alle sue posizioni omofobe, ma di non sapere di cosa parla nemmeno quando tira in ballo la morale.

Non era neanche tanto tempo fa che si era lasciato andare a strane analogie, affiancando l’omosessualità ad altre condotte riprovevoli come l’adulterio o – e questa era la mia preferita – il non pagare le tasse. Tutto moralmente sbagliato, dunque, tranne evidentemente scommettere su chi rimorchia di più (lui direbbe “chi rimorchia meglio”, celodurismo di ritorno, ma la sostanza non cambia).

Bunga bunga buono, quindi, gay no buono. Da buon cattolico, Buttiglione non riesce ad uscire dal binario tutto machista della donna socialmente, affettivamente e sessualmente funzionale ad una direzione tracciata dall’uomo. Non c’è allora da stupirsi che per lui sia folle a livello patologico un uomo che, secondo questa logica, abdichi al suo status di privilegiato in favore di un ruolo subalterno. Se poi, come aggiunge un attimo dopo, consideriamo il fatto che un uomo gay non potrà mai avere una gravidanza (non fare figli, ma avere una gravidanza: l’aspetto “meccanico” della sua affermazione non è da sottovalutare), i gay non possono che essere completamente fuori di testa.

Sfodera però un ultimo distinguo, un evergreen: “sul piano politico e giuridico sono per la non discriminazione, ma su quello morale penso quello che pensa la Chiesa cattolica”. Peccato che, fosse per la Chiesa, gli Stati che applicano la pena di morte per le persone omosessuali dovrebbero essere lasciati in pace, e che i cattolici come lui in parlamento siano contrari a leggi contro l’omofobia. E, a meno che non ci sfugga l’ennesimo distinguo, la persecuzione e la violenza sono le figlie feroci della discriminazione.

Ma anche questo è solo un dettaglio.

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Presentazione oggi

22 giugno 2011 Lascia un commento

Oggi presentiamo il libro “L’abominevole diritto. Gay e lesbiche, giudici e legislatori” presso la Libreria Coop Statale, via Festa del Perdono 12, a Milano, alle 17.30. Vi aspettiamo!

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Se il movimento è vivo, ma la politica è morta. Intervista a Giovanni Dall’Orto

19 giugno 2011 Lascia un commento

di Gabriele Strazio

1 – A più di una settimana dalla parata dell’Euro Pride di Roma, credo si sia a distanza sufficiente per parlare dell’evento evitando i commenti a caldo. Dunque, parlandone a freddo: secondo te com’è andata?

È stato il Pride di massimo successo nella storia del movimento LGBT italiano. Anche più del World Pride, che forse ha raggiunto lo stesso numero dei partecipanti, ma questo solo grazie al contributo della più antica agenzia di propaganda della storia umana, quella con sede sociale in Vaticano. Del cui “aiuto” questa volta abbiamo purtroppo dovuto fare a meno.

Anzi, l’ordine dato ai mass-media questa volta era passare sotto completo silenzio l’evento. Ciononostante la gente ci è venuta lo stesso, in massa.

Tiè.

2- Si parla sempre di distanze incommensurabili tra Italia e resto del mondo rispetto ai nostri diritti, ma il nostro movimento LGBT, invece, rispetto al resto del mondo com’è messo?

Il movimento in sé, bene. Come capacità teoriche e politiche e culturali non mi sembra che noi italiani siamo messi peggio che altrove. Nelle nostre file abbiamo santi e farabutti, esattamentecome all’estero. Anzi, paradossalmente, visto che qui girano pochissimi soldi, noi attiriamo in proporzione meno farabutti, e contiamo di più sui santi, per andare avanti. Gente che lo fa perché ci crede, e non perché in Italia sia possibile una “carriera gay”.

La differenza è che quando fai politica in qualunque Paese al mondo hai dei nemici e degli interlocutori. In Italia non hai interlocutori: anche chi non ci è nemico, poi non vuole rivolgerci la parola. E figuriamoci ascoltarci.

La nostra anomalia è qui, soprattutto grazie al PD, il partito che da 18 anni non riesce né a nascere né a morire.

3- Sfruttando anche la tua lunga esperienza nel movimento, cosa ti sembra sia cambiato, nel bene e nel male, rispetto alle partecipazioni collettive del passato?

Io credo che questo Pride segni uno spartiacque.

La parata del Pride è cambiata troppo, negli anni, ed è arrivata ai limiti di quel che poteva dare senza generare una crisi. Non riesce più ad essere una manifestazione politica (nessuno slogan, ma solo tanto pumpum musicale dai carri) e non riesce ancora ad essere la “festa di paese” dei gay, come è nei Paesi in cui il movimento ha ottenuto di più. È un ibrido, e come tale mal riuscito sia come manifestazione politica, sia come festa di paese.

In tutto il mondo la parata è un evento gestito da associazioni ad hoc, in molti casi di carattere prettamente commerciale, mentre per il movimento il Pride è semmai occasione per iniziative culturali, politiche, artistiche…

Solo in Italia abbiamo un movimento LGBT che, di tasca sua, investe centinaia di migliaia di euro in un evento che anche quando ha successo non riesce poi ad incidere sulla politica del Paese. Lo dimostra il Pride del 2007, che portò in piazza più gente che il “Family day”: peccato che nessuno lo sappia o se ne ricordi. O come lo stesso World Pride 2000, con un milione di manifestanti, e risultati politici zero, dopo ben 11 anni. Il Mieli sta ancora pagando i debiti di quel periodo, Ne è valsa la pena? Chiediamocelo.

Molte delle più grandi manifestazioni di piazza realizzate in Italia nel XXI secolo sono state organizzate da noi. Qualcuno se n’è accorto?

Io dico quindi che d’ora in poi la parata andrà  lasciata alla sua sorte, smettendo di finanziarla come movimento, e se da noi non ci sono gli sponsor e i soldi e le realtà commerciali sufficienti per pagare 40 carri, va bene, che i carri siano 10, o 5, o 2: non vedo cosa cambierebbe. Andrebbero a piedi alcune decine di persone che ora ballano sui carri, ma avremmo il medesimo impatto.

Invece coi soldi risparmiati potremmo pagare dieci o quindici o venti lobbisti a tempo pieno che rompano il c… ogni giorno a politici, giornalisti, religiosi, scrittori… Quelli sì che servirebbero.

Quanto alla cultura, se fosse andata buca la partecipazione di Lady Gaga sul palco avremmo avuto quattro drag in croce e due porno star a culo nudo.

Ebbene. credo che con i soldi investiti in questo tipo di “eventi culturali” potremmo fare cose ben diverse  con artisti gay già presenti sulla scena italiana, come gli Egokid, Monica Cecchini, Ciri Ceccarini, Giuseppe Giambrone, Paolo Ferrarini, H.E.R., La Cristiana, Jenny Random e se proprio non puoi fare a meno del trash mi abbasso anche a citare Osvaldo Supino. Chi sono? Vai a cercare su Youtube, chi siano, perché al Pride non li vedrai di certo. Qui, più in là di Raffaella Carrà non andiamo… Un vero trionfo della modernità.

4- Su diversi media gay, come ogni anno, si riaccende la polemica Pride sì/Pride no, chi dice che è inutile, chi dice che sarebbe da farne uno al giorno…tu come la vedi?

Vedi, se io fossi un cattolico, tu non mi chiederesti neppure se abbia senso o no celebrare il Natale, così come, se fossi donna, non mi avresti mai chiesto che senso ha la festa della donna. Invece, siccome siamo gay, ogni anno si pone questo problema. Questo la dice lunga sul livello del dibattito. Ecco perché abbiamo bisogno di celebrare il Pride: Finché qualcuno porrà la domanda su a cosa serva farlo, ci sarà bisogno di farlo.

5- Le questioni LGBT e l’informazione: dell’Euro Pride non se n’è parlato quasi per nulla fra TV e giornali, salvo che per la partecipazione di Lady Gaga; in più, i servizi dei telegiornali hanno passato, come al solito, solo le immagini più fuori dagli schemi, quelle che “tirano” di più, per intenderci. Da giornalista e da militante, qual è la tua opinione? È un problema risolvibile?

Certo. Nel momento in cui smetti di dedicare tutto il tempo per scegliere la madrina del Pride, e l’inno ufficiale del Pride, e il logo del Pride, e il trailer del Pride, e magari anche il fottutissimo documento politico del Pride (su cui si è strillato e litigato per un mese e che sfido chiunque a dirmi cosa contenga)… allora forse hai il tempo di porti il problema della comunicazione. Ma non prima.

A me è successo di essere intervistato dal “Manifesto” da una giornalista davvero brava, però quando ho rimproverato Vendola per non essersi mai espresso a favore dei matrimoni gay, mi sono trovato il giorno dopo sul giornale a rimproverarlo per non avere mai approvato le unioni civili. Ma sulle unioni civili Vendola si è espresso da mo’, è sul matrimonio gay, che nicchia!

Ebbene, se un quotidiano che ci è amico e vicino come il “Manifesto” non ha ancora ben chiara la differenza fra la rivendicazione relativa alle unioni civili (che riguarda anche le persone eterosessuali) e quella sui matrimoni gay (che riguarda solo noi), vuol dire che dal punto di vista comunicativo in questi anni non ci siamo proprio fatti capire. È per questo che io voglio dieci, quindici, venti lobbisti a tempo pieno.

E da giornalista aggiungo: tu, comitato organizzatore, ti sei lagnato che sul palco non avevi avuto la sponsorizzazione di, che so io, Telecom. Ok, hai ragione a lagnarti, perché anche questo boicottaggio assurdo fa parte dell’anomalia italiana. Ma su quel palco hai fatto salire una pornostar in jockstrap (peraltro bonissima, per carità) a sculettare. E ti domando: ma tu davvero pensi che la Telecom ambisca a vedere girare foto in cui il suo logo sul palco incornicia il culo nudo d’una pornostar (peraltro bonissima)?

A me le pornostar piacciono moltissimo, e meno sono vestite e più mi piacciono. Però qui va fatta pace col cervello, e va deciso se noi vogliamo o loro, o la Telecom. Se vogliamo loro e non la Telecom, a me va benissimo, però diciamolo con chiarezza e smettiamola con le lamentele.

Insomma, in assenza d’una riflessione culturale, politica, o banalmente capitalistica su cosa siano e debbano essere i Pride, abbiamo queste contraddizioni.

Ma una volta che ti ho esposto in questi termini il problema, sai già che ti sto dicendo che ovviamente penso sia risolvibile. Ci mettiamo lì intorno a un tavolo a rifletterci sopra, e vedrai che le soluzioni le troviamo.

6- Alemanno ha mandato un messaggio di saluto all’Euro Pride; Polverini è venuta al corteo, ma non ha aderito alle rivendicazioni (ed è stata fischiata); Bersani assente, altri partiti presenti ma senza leader; presenti Concia, Scalfarotto, Grillini; Vendola, pur presente, sembra essere l’unico a parlare ancora di “coppie di fatto” anziché di matrimonio gay… Quindi, domanda universale: politica (anzi, politici) e movimento LGBT, com’è il rapporto?

E che rapporto può esserci con partiti che non riescono più a capire il Paese che vorrebbero dirigere? Fai un po’ tu.

7- Da ultimo, per non perdere il filo: al di là delle considerazioni tecniche, la questione legge contro l’omofobia – di cui si fa gran parlare in questo periodo – è un Frankenstein che discende da questo rapporto anomalo?

Assolutamente sì.

Il PD ha affidato a Paola Concia l’incarico di “fare ammuina” per fare vedere che qualcosa stanno facendo, e che solo la cattiveria altrui ha impedito di portare a casa qualcosa. Come se loro al governo non ci fossero mai stati negli ultimi 20 anni, invece.

In questa strategia di fare tanto per fare, ci siamo già beccati una pregiudiziale d’incostituzionalità sull’estensione della Mancino ai gay, e stiamo per andare verso una seconda pregiudiziale sulla proposta Soro. Cioè una proposta che al movimento gay non piace, e che Arcigay non vuole proprio.

Questa strategia è mostruosa. Due pregiudiziali d’incostituzionalità non sono caramelle. Sono atti ufficiali, per ribaltare i quali occorrerà un sacco di fatica. Qualcuno fermi la Concia, per favore, e soprattutto qualcuno fermi il PD, se davvero non vogliono fare nulla per noi, che almeno non facciano più nulla, davvero, così almeno non peggiorano la situazione.

8- La pozione magica: se il movimento LGBT dovesse rinascere oggi, con i giovani, cosa consiglieresti loro? Da dove partire, cosa rottamare, cosa recuperare…?

Mah, il movimento LGBT sta già rinascendo, coi giovani. Abbiamo perso due generazioni, prima i rampantini ora quarantenni, poi la X generation degli ora trentenni. Arrivati alla mia età tutti gli esseri umani iniziano a dire che “i giovani non sono più quelli di una volta” (il che è geneticamente verissimo) e in effetti gli attuali quarantenni e trentenni non è che abbiano prodotto ‘ste grandi personalità. Molti portabborze di partito (in genere selezionati in quanto mediocri e quindi non pericolosi), e molti art director, direttori artistici, grafici pubblicitari e piazzisti convinti del fatto che il marketing nella vita sia tutto, e che i diritti, per averli, basta comprarli

Tuttavia, contrariamente a quanto si dice arrivati alla mia età, io dico che i giovani mi sembra stiano tornando sì “quelli di una volta”. I gruppi universitari e (novità novità) quelli dei liceali mi paiono tostissimi. Per molti versi sono un po’ ingenui, ma l’interruzione deliberata della catena del sapere politico per colpa della mia generazione di ex-tutto (quella che ha buttato via il bambino ed ha accuratamente conservato l’acqua sporca) è stato un handicap piuttosto pesante. Devono riscoprire tutto da zero.

Quel che mi piace di più di loro è che vorrebbero iniziare col rottamare me. E questo mi sembra un eccellente proposito. Certo, devono anche riuscire a realizzarlo oltre che a volerlo, ma come inizio è promettente. Tu non trovi?

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Come ti smonto la legge sull’omofobia

16 giugno 2011 Lascia un commento

Il percorso del disegno di legge sull’omofobia attualmente in discussione alla Camera (qui l’iter in assemblea) è stato segnato da una serie di incidenti di percorso che ne hanno completamente snaturato le finalità. Personalmente non sono d’accordo con la formulazione del d.d.l., per le ragioni che assieme a Gabriele ho esposto nel libro “L’abominevole diritto“, nel quinto capitolo, ma cercherò di turarmi il naso e risparmiarvi, per ora, delle annotazioni tecniche per concentrarmi invece sull’abile strategia delle pregiudiziali di incostituzionalità sollevate contro quel d.d.l.

Di cosa si tratta? Semplicemente, prima di votare un provvedimento il legislatore verifica che esso sia conforme alla Costituzione. E’ paradossale, bisogna rendersene conto, che proprio questo legislatore, le cui leggi vengono abbattute dalla Corte costituzionale con una frequenza agghiacciante, si azzardi a votare una legge in questo modo, ma tant’è. Le questioni si dicono “pregiudiziali” perchè vengono votate prima della votazione sulla legge: basta che questa non passi (cioé basta che la maggioranza dica che la proposta di legge non è conforme a costituzione) che la votazione sul merito non ha luogo. Si badi che non stiamo parlando di un cavillo. Affatto. La pregiudiziale di costituzionalità è un metodo di controllo perfettamente legale. Ma non questa volta.

E non lo è perchè le obiezioni avanzate all’interno delle pregiudiziali da coloro che le hanno proposte (Buttiglione & Co., ancora una volta) sono degli esempi di tale ignoranza (scusate: mancata conoscenza della materia) e stupidità (scusate: diversità di vedute) che è difficile individuarne di pari. Vi si legge, infatti, che il termine “orientamento sessuale” non sarebbe definito. Ma come? Il legislatore ha già approvato leggi che menzionano l’orientamento sessuale senza farsi alcun problema. E’ il caso dell’attuale legge sulla discriminazione sul luogo di lavoro, frutto di una direttiva europea che ha generato un recepimento tormentato. O del codice penale militare, che stabilisce che non si possono precludere avanzamenti di carriera nelle forze armate in virtù dell’orientamento sessuale dell’interessato. Poi, oltre che legale l’orientamento sessuale è anche una definizione clinica, come ben insegna l’OMS.

Ecco l’ignoranza.

Ma vi è, come dicevo, anche la stupidità. Stupido è infatti considerare la categoria dell’orientamento sessuale come comprensiva anche di cose che con esso non c’entrano niente, come la pedofilia, la zoofilia, le necrofilia eccetera. Sì, perché già una volta il legislatore c’era cascato: il 12 ottobre 2009, quando votando un precedente d.d.l. in materia aveva approvato una pregiudiziale che qualificava l’orientamento sessuale come inclusivo di quelle cose. Come scrive Andrea Pugiotto, acuto docente a Ferrara:

Per il legislatore non c’è soluzione di continuità tra inclinazioni patologiche o addirittura penalmente illecite e una “variante del comportamento sessuale umano” (come l’OMS qualifica l’omosessualità), “condizione dell’uomo degna di tutela” (come la qualifica la Cassazione civile). Per il nostro Legislatore l’omosessuale resta una persona malata imprigionata in un corpo deviante, quando non criminale.

Chi ci governa, quindi, ritiene che una buona parte della popolazione, gli omosessuali, non siano persone, ma criminali in potenza e malati. E gravi, pure.

La falsità di questa premessa è evidente a chiunque. Soprattutto, è bene sottolineare che non c’è niente nella Costituzione che vieti l’adozione di una legge che tuteli la persona dall’insulto, dalla minaccia, dalla violenza a motivo del suo essere omosessuale, bisessuale o transessuale.

Lo stesso valga per l’altra pregiudiziale, quella legata al principio di uguaglianza. Si dice, al riguardo, che proteggendo gli omosessuali e i transessuali si esalterebbe una loro caratteristica a scapito di coloro che non ce l’hanno. Sarebbe quindi una discriminazione nei confronti degli eterosessuali. Ironia della sorte. Una barzelletta, insomma: se ti picchiano, devi essere tutelato come tutti. Vero. Ma assimilare la tutela di gay e lesbiche con quella di tutti i cittadini è un errore logico, prima ancora che politico, perché non mette in evidenza il carattere omofobico della violenza, e quindi la vera ragione per la quale la violenza viene perpetrata. Io ti picchio solamente perché tu sei gay o lesbica. O perchè penso tu non meriti altro che botte, come alcuni pensano, perché in quanto gay o lesbica sei un essere inferiore.

Chi non vede questo aspetto è un omofobo in potenza: perché ignora il cuore del problema e rifiuta di vedere il processo di isolamento e vittimizzazione che ogni singolo episodio di violenza comporta nei confronti di omosessuali e transessuali.

Detto altrimenti, non si tutelano le minoranze per rispetto delle maggioranze. Che bei democratici che sono questi nostri amici deputati, vero?

Gay Pride, hic sunt leones

10 giugno 2011 Lascia un commento

di Gabriele Strazio

Da copione: siamo a più di dieci anni da quella pietra miliare che è stato il World Gay Pride del 2000 a Roma e siamo ancora qui a difendere il nostro diritto, sancito dalla Costituzione, a manifestare pacificamente in un paese libero e, almeno a parole, laico.

Tra gli altri, era l’On. Selva (all’epoca di Alleanza Nazionale), in un’interrogazione parlamentare all’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato (do you remember?) a paventare nella manifestazione dell’orgoglio LGBT la presenza di una frangia “abbastanza consistente, che anziché il diritto di protestare si vuole ritagliare il diritto di fare una provocazione nei confronti del Sommo Pontefice”. Siamo nel 2011 e ancora ci dobbiamo sorbire l’argomentazione della “Città del Santo Padre”, parlando della capitale della nostra Repubblica. E’ proprio vero, in Italia non si muove una foglia.

Questa volta è il turno, di nuovo, della strana coppia Paola Binetti e Carlo Giovanardi, due affezionati del mondo gay, una coppia che più di fatto non si può, di quelle che le agenzie matrimoniali non farebbero fatica a piazzare con un solo appuntamento al buio. Una manifestazione da vietare, la nostra, perché oltremodo offensiva dei sentimenti cattolici, e ancora giù con ‘sta storia del Papa (manie di protagonismo? Poi dicono che sono le checche a far le primedonne…). C’è di più: la Binetti mette le mani avanti su eventuali “attacchi alla Costituzione” qualora dal palco vengano proposti i matrimoni gay. Fa bene ricordarle che vietare una manifestazione, questo sì, è un attacco alla Costituzione.

Ma per due che trovano “incostituzionali” dei manifesti pubblicitari come quelli dell’Ikea, c’è da stupirsi della loro scarsa dimestichezza con la nostra Carta fondamentale?

Al di là di queste mistificazioni – tanto più gravi perché compiute in cosciente malafede – c’è il solito ritratto a tinte forti della parata: corpi nudi, sesso all’aperto, perversione collettiva, bambini toccacciati e via discorrendo. Ovviamente, il tutto raccontato attraverso un telefono senza fili infinito del “mi hanno detto che”, senza che nessuna di queste persone abbia mai messo piede in un Gay Pride.

Nella cartografia antica, quelle aree ancora inesplorate, o delle quali si sapeva poco e solo per leggende tramandate nel tempo, erano rappresentate con larghi spazi bianchi, riempiti da grottesche figure mitologiche, mostri e draghi marini, oppure campeggiava la scritta “hic sunt leones”: un monito terrificante che ammoniva chi si avventurava in quel mondo sconosciuto: un mondo di bestie e non di uomini, un mondo dal quale stare alla larga.

A cosa serve ancora oggi, allora, una manifestazione come il Gay Pride? Fuori dal suo significato storico, serve a farci conoscere, a farci vedere per quello che siamo, non per quello che si racconta di noi. Serve a riempire quelle lacune della conoscenza reciproca, collettiva, civile, che ancora ci tengono lontani dall’essere cittadini a pieno titolo. Riempirle dei nostri corpi, dei nostri volti, dei nostri sorrisi, dei nostri colori.

E sì, la manifestazione del nostro orgoglio non è sicuramente in una scala di grigi. Da quel nostro arcobaleno, insieme simbolo e riassunto delle nostre identità, fino alla musica, i balli e i carri, la nostra è una festa del vivere, dell’esistenza fuori dalla negazione. E quindi, di nuovo sì: forse fa anche sorridere, o di più, ridere. Ma il punto è: e allora?

Socrate stigmatizzava così la risata facile alla prospettiva dell’egualitarismo sessuale: “coglie dalla sua sapienza il frutto del ridicolo prima che sia maturo”. Meraviglia: il ridicolo, quindi, dona infine un suo frutto, ma lo si può gustare appieno solo se maturo. Lontani, allora, da quella risata morbosa figlia delle pigre abitudini mentali, da quella diffusa cultura della normalità prescritta e non vissuta, conosciuta.

Il ricorso alla provocazione, al colore, alla bizzarria non potrà e non dovrà mai compromettere la serietà del nostro fine: il Gay Pride è scendere nelle piazze e bussare alle finestre chiuse, per farci guardare, per parlarsi. Le nostre sono vite perché sono l’esserci e sorridere nonostante tutto.

Del dibattito pubblico sui diritti civili noi dobbiamo essere il centro, non il margine: perché nessuno ha più a cuore l’importanza di un diritto come chi ne è privato.

Qualcuno mi chiederà cosa c’entra, in tutto questo, Paola Binetti. Ma questa è appunto la mia, di domanda: la Binetti, che c’entra?

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A Roma tutto bene

8 giugno 2011 Lascia un commento

Le presentazioni romane del libro dello scorso week end sono andate bene. Gabriele ed io siamo tornati esausti lunedì sera, salvo risentirci per telefono due ore più tardi per la consueta intervista su Radio Lupo Solitario.

La prossima presentazione il 22 giugno a Milano.

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L’abominevole diritto a Roma

3 giugno 2011 Lascia un commento

Questo week end siamo a Roma.

Presenteremo il libro alla Libreria Bibli, a Trastevere, in via dei Fienaroli 28 (qui la mappa), sabato 4 giugno alle 18. Assieme agli autori saranno presenti Luca Sappino (Arcietero) e Luca Ragazzi (Improvvisamente l’inverno scorso).

Poi domenica 5 giugno alle 19 saremo al Pride Park, in piazza Vittorio, con Antonio Rotelli (Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBT) e Paolo Patané (Arcigay), modera Cristiana Alicata (PD).

Vi aspettiamo.