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Gay Pride, hic sunt leones

di Gabriele Strazio

Da copione: siamo a più di dieci anni da quella pietra miliare che è stato il World Gay Pride del 2000 a Roma e siamo ancora qui a difendere il nostro diritto, sancito dalla Costituzione, a manifestare pacificamente in un paese libero e, almeno a parole, laico.

Tra gli altri, era l’On. Selva (all’epoca di Alleanza Nazionale), in un’interrogazione parlamentare all’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato (do you remember?) a paventare nella manifestazione dell’orgoglio LGBT la presenza di una frangia “abbastanza consistente, che anziché il diritto di protestare si vuole ritagliare il diritto di fare una provocazione nei confronti del Sommo Pontefice”. Siamo nel 2011 e ancora ci dobbiamo sorbire l’argomentazione della “Città del Santo Padre”, parlando della capitale della nostra Repubblica. E’ proprio vero, in Italia non si muove una foglia.

Questa volta è il turno, di nuovo, della strana coppia Paola Binetti e Carlo Giovanardi, due affezionati del mondo gay, una coppia che più di fatto non si può, di quelle che le agenzie matrimoniali non farebbero fatica a piazzare con un solo appuntamento al buio. Una manifestazione da vietare, la nostra, perché oltremodo offensiva dei sentimenti cattolici, e ancora giù con ‘sta storia del Papa (manie di protagonismo? Poi dicono che sono le checche a far le primedonne…). C’è di più: la Binetti mette le mani avanti su eventuali “attacchi alla Costituzione” qualora dal palco vengano proposti i matrimoni gay. Fa bene ricordarle che vietare una manifestazione, questo sì, è un attacco alla Costituzione.

Ma per due che trovano “incostituzionali” dei manifesti pubblicitari come quelli dell’Ikea, c’è da stupirsi della loro scarsa dimestichezza con la nostra Carta fondamentale?

Al di là di queste mistificazioni – tanto più gravi perché compiute in cosciente malafede – c’è il solito ritratto a tinte forti della parata: corpi nudi, sesso all’aperto, perversione collettiva, bambini toccacciati e via discorrendo. Ovviamente, il tutto raccontato attraverso un telefono senza fili infinito del “mi hanno detto che”, senza che nessuna di queste persone abbia mai messo piede in un Gay Pride.

Nella cartografia antica, quelle aree ancora inesplorate, o delle quali si sapeva poco e solo per leggende tramandate nel tempo, erano rappresentate con larghi spazi bianchi, riempiti da grottesche figure mitologiche, mostri e draghi marini, oppure campeggiava la scritta “hic sunt leones”: un monito terrificante che ammoniva chi si avventurava in quel mondo sconosciuto: un mondo di bestie e non di uomini, un mondo dal quale stare alla larga.

A cosa serve ancora oggi, allora, una manifestazione come il Gay Pride? Fuori dal suo significato storico, serve a farci conoscere, a farci vedere per quello che siamo, non per quello che si racconta di noi. Serve a riempire quelle lacune della conoscenza reciproca, collettiva, civile, che ancora ci tengono lontani dall’essere cittadini a pieno titolo. Riempirle dei nostri corpi, dei nostri volti, dei nostri sorrisi, dei nostri colori.

E sì, la manifestazione del nostro orgoglio non è sicuramente in una scala di grigi. Da quel nostro arcobaleno, insieme simbolo e riassunto delle nostre identità, fino alla musica, i balli e i carri, la nostra è una festa del vivere, dell’esistenza fuori dalla negazione. E quindi, di nuovo sì: forse fa anche sorridere, o di più, ridere. Ma il punto è: e allora?

Socrate stigmatizzava così la risata facile alla prospettiva dell’egualitarismo sessuale: “coglie dalla sua sapienza il frutto del ridicolo prima che sia maturo”. Meraviglia: il ridicolo, quindi, dona infine un suo frutto, ma lo si può gustare appieno solo se maturo. Lontani, allora, da quella risata morbosa figlia delle pigre abitudini mentali, da quella diffusa cultura della normalità prescritta e non vissuta, conosciuta.

Il ricorso alla provocazione, al colore, alla bizzarria non potrà e non dovrà mai compromettere la serietà del nostro fine: il Gay Pride è scendere nelle piazze e bussare alle finestre chiuse, per farci guardare, per parlarsi. Le nostre sono vite perché sono l’esserci e sorridere nonostante tutto.

Del dibattito pubblico sui diritti civili noi dobbiamo essere il centro, non il margine: perché nessuno ha più a cuore l’importanza di un diritto come chi ne è privato.

Qualcuno mi chiederà cosa c’entra, in tutto questo, Paola Binetti. Ma questa è appunto la mia, di domanda: la Binetti, che c’entra?

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