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Un occhio al ridere e un occhio al piangere

10 novembre 2011 Lascia un commento

di Gabriele Strazio

E ieri sera è scivolato Tonino: “Un governo tra Pd e Pdl è impossibile, due maschi non possono vivere nella stessa camera da letto” è stata l’infelice metafora di Antonio Di Pietro, ospite di Bruno Vespa.

Poi, stamattina, come un ubriaco che non riesca ad alzarsi da terra per il troppo ridere, ha ripetuto la stessa battuta in forma un po’ più didascalica, quasi a doverla spiegare a chi ancora lo guarda ma non ride: “Perché due maschi in camera da letto non fanno figli”.

Lapsus per qualcuno, omofobia per altri, la matrice non cambia: quella cultura miope del maschio italiano che, in fondo in fondo, due uomini insieme non riesce proprio a vederli. Quel maschilismo del gallo italiano che nel peggiore dei casi è omofobo, e nel migliore riesce al massimo ad essere tollerante.

E la tolleranza e il rispetto sono due cose ben diverse, perché la prima vuol dire che tu stai facendo la selezione all’ingresso del tuo giardino privato, mentre la seconda significa che tu sai di camminare, come chiunque altro, in un giardino che è di tutti.

Di Pietro però, qualcuno fa notare, non è omofobo, le sue battute non sono come quelle di Berlusconi.

La risposta è “ni”. Facciamo il gioco del trovare le differenze:

“Meglio essere appassionati di belle ragazze che gay”

“Meglio tombeur de femmes che tombeur des hommes

No, non sono una la traduzione dell’altra, sono due frasi assolutamente identiche pronunciate qualche tempo fa una da Silvio Berlusconi e l’altra, quella infiorettata alla francese, da Antonio Di Pietro, che per giunta nella stessa intervista (di Klaus Davi, per la cronaca: il che in qualche modo giustifica il tenore delle uscite) aveva aggiunto che “grazie a Dio” lui può considerarsi un “macho”.

Poi va in Parlamento e propone col suo partito validissime proposte di legge contro l’omofobia. Questo come lo spieghi?

Strabismo, quello che mia nonna definisce “tenere un occhio al ridere e un occhio al piangere”.

Lo strabismo politico però è una pratica pericolosa, perché confonde e tende far credere – a seconda del target a cui si mira – che quando fai sul serio stai anche scherzando, e quando stai scherzando fai anche sul serio, tenendo il piede in due scarpe e chi s’è visto s’è visto.

In passato infatti la comunità Lgbt si era ritrovata addirittura a ringraziare una come Rosy Bindi per il regalo (modestissimo, a tratti mortificante e soprattutto mai pervenuto) dei Di.co, anche se negli stessi giorni saltava fuori con dichiarazioni vergognose, come la famosissima “Meglio che un bambino se ne stia in Africa che con due gay”.

Oppure, ancora, a soprassedere sulle altalenanti fesserie e poi smentite e altre fesserie e altre smentite partorite negli anni da gente come, giusto per fare un nome, Massimo D’Alema.

Equivoco di tutti gli equivoci è poi quello di credere che, visto che è omosessuale, Nichi Vendola sia per definizione a favore del pieno riconoscimento dei diritti delle coppie lesbiche e gay, dove per “pieno riconoscimento” si deve intendere il matrimonio, perché le altre sono solo soluzioni intermedie.

Qualcuno ha mai sentito parlare Vendola di matrimonio gay? E dico Vendola, non Sel, che per fortuna ha posizioni più coraggiose.

Il leaderismo non piace a nessuno, ma alla fine lo praticano un po’ tutti. Benissimo, ma a questo punto se scrivi il nome del tuo leader a chiare lettere sul simbolo, dovrai rispondere di tutte le sue esternazioni o omissioni, non puoi liquidarle solo come trascurabili posizioni personali. Quindi Di Pietro e Vendola sono l’Italia dei valori e Sinistra ecologia e libertà. Purtroppo funziona così.

In questi giorni stavo anche spulciando tra i materiali del congresso di Rifondazione Comunista (no, non si era estinta, è viva e lotta insieme a noi): tra le tre correnti che la animano – perché a sinistra non siamo contenti se non si arriva alla scissione dell’atomo – uno solo dei documenti presentati parla di tematiche Lgbt, quello il cui primo firmatario è il segretario Paolo Ferrero, e recita così: “La piena libertà di scelta individuale del proprio orientamento sessuale”.

Scelta, capito?, l’orientamento sessuale è visto come una scelta.

Errore, lapsus, scivolone, tutto ok come al solito, ma in questo marasma di approssimazione non c’è da stupirsi che in Italia la destra continui a rivelarsi perlopiù ostile e la sinistra si ritrovi a fare le timidissime proposte politiche che all’estero fanno di solito i partiti conservatori, e a volte neanche più quelli.

Non è dunque la sola economia a proiettarci in questi giorni fuori dall’Europa, siamo ormai distanti da un pezzo, rifugiati nella nostra città medievale e incapaci di uscire, prima che dalle mura, da noi stessi e dal nostro ritardo culturale.

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D’Alema e i matrimoni gay: atto secondo

14 settembre 2011 Lascia un commento

Di Matteo Winkler dal Fatto Quotidiano, 13 settembre 2011

Non c’è verso. A Massimo D’Alema l’idea del matrimonio tra due persone dello stesso sesso proprio non entra in testa.

L’aveva già dimostrato nel 2007, dichiarando al Corriere che “il matrimonio tra omosessuali offenderebbe il sentimento religioso di tanta gente”. Ci è ricascato ieri, nel 2011, in un’intervista di Zoro, nella quale ha dichiarato: “Il matrimonio è l’unione tra persone di sesso diverso, finalizzato alla procreazione, tra uomo e donna. Questo dice la Costituzione. Le organizzazioni serie del movimento omosessuale non hanno mai chiesto di andarsi a sposare in chiesa, chiedendo invece altro”.

Come c’era da aspettarsi, queste parole hanno causato dure reazioni, soprattutto da parte delle associazioni omosessuali. I vertici di Arcigay sono giustamente irritati dalle sue dichiarazioni. Giustamente, perchè si tratta di parole inaccettabili.

Iniziamo con quella materia che dovrebbe mettere le cose sul binario giusto, evitando inutili elucubrazioni politiche.

Primo: la Costituzione parla del matrimonio all’art. 29, che dice che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. E’ vero che la norma fu scritta nel 1948, cioé quando il 98% dei matrimoni si celebravano con rito canonico, ma a quel tempo già esisteva il matrimonio civile (figlio del codice napoleonico, quindi vecchio di oltre due secoli!), cioé quello regolato dal diritto civile e svuotato del suo contenuto religioso (che non è quindi un sacramento). Non c’è nulla nella Costituzione che suggerisca che il termine indicasse il matrimonio canonico e non quello civile.

Inoltre, quell’articolo è nato monco: esso doveva chiudersi con l’aggettivo “indissolubile“, prodotto della visione cattolica che aborriva il divorzio. Ma tale versione venne proditoriamente eliminata per tre voti con scrutinio segreto in Assemblea costituente. Questo cosa ci dice? Ci dice anzitutto che una lettura della norma attraverso le lenti del magistero cattolico non è stata accolta in seno all’Assemblea costituente. E ci dice anche che una lettura superficiale, come quella che fanno spesso gli esponenti politici del mondo cattolico e lo stesso D’Alema, è metodologicamente sbagliata. Essa va scomposta, ragionata e compresa.

L’art. 29, oltre a essere nato monco, è pure grammaticalmente e logicamente viziato. Già, perché parla di “società naturale“, ma poi la fonda sul “matrimonio“, che invece in natura non esiste ed è piuttosto il prodotto del diritto. Il riferimento alla società naturale, che prescinde quindi da quello al matrimonio, ha un significato politico preciso: quello di evitare, come faceva il fascismo, di considerare la famiglia come un organo pubblico, un ordinamento a servizio dello Stato e, di conseguenza, uno strumento per l’attuazione dei programmi politici del governo. La famiglia – ci dice l’art. 29 – è naturale nella misura in cui preesiste allo Stato. L’art. 29 si limita a dire questo.

Sotto un altro aspetto, non c’è dubbio che i costituenti del 1948 s’immaginassero soltanto il matrimonio eterosessuale: allora, i gay erano considerati dei malati, persone da evitare e anzi da esiliare. Ma usare la Costituzione come grimaldello per opporsi alle richieste dei diritti civili di gay e lesbiche è sbagliato. Giuridicamente e politicamente. Oltre che offensivo. Non occorre essere fini di mente per rendersi conto di quanto sia pericoloso usare la Costituzione contro un intero gruppo di cittadini. Non ricorda qualcosa?

I nostri Padri costituenti, pertanto, hanno voluto scrivere l’art. 29 della Costituzione proprio per evitare che i politici usassero la famiglia come strumento politico. Che cioè la usassero come ritratto di questa o di quella concezione del mondo, ad esclusione di tutte le altre. Che se ne servissero, in altre parole, in funzione ideologica. Proprio come fa Giovanardi, quando dice che la pubblicità dell’Ikea è contro la Costituzione. Proprio come fa D’Alema ora.

Estremamente naïf, poi, è il riferimento alla procreazione. Banale, insulso, giuridicamente irrilevante, come sanno tutti gli studenti che devono dare l’esame di diritto privato. Ma che avvicina D’Alema alla Chiesa cattolica. Non a caso, il discorso sui matrimoni s’inserisce accanto a quello di un’alleanza con l’Udc. Un’alleanza per fare cosa?

Non fa un po’ rabbrividire anche solo l’idea? Mi vien quasi da pensare che i cattocomunisti esistano davvero.

Tralascio il riferimento di D’Alema alle organizzazioni “serie“. Meno male che la serietà non si misura dal tenore di certi discorsi politici.

Omofobia di Stato

26 luglio 2011 Lascia un commento

Dobbiamo essere profondamente indignati di quanto avvenuto oggi alla Camera.

Il nostro amato Parlamento ha infatti votato le pregiudiziali di incostituzionalità in relazione al disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia presentato ormai da tempo (qui il testo delle pregiudiziali). Ci erano già cascati nell’ottobre 2009, ma oggi sono riusciti a fare il bis.

Le censure di costituzionalità riguardavano due punti.

Anzitutto, una asserita violazione del principio di uguaglianza, per cui “in quanto l’aver agito per motivi di ‘omofobia e transfobia’ prefigurerebbe una situazione normativamente differenziata rispetto ad altre situazioni analogamente meritevoli di tutela, in cui si commettono delitti contro la persona in ragione dello stato in cui versa (ad esempio, un barbone o un anziano, in quanto tali)”. Cioè fossi punito dopo averti menato perché sei gay o lesbica, ciò costituirebbe una discriminazione, perché differenzierebbe tra coloro che sono menati perché omosessuali e coloro che sono menati perché eterosessuali.

D’altronde, perché i gay vorrebbero una legge contro l’omofobia e invece i barboni non dovrebbero meritare una legge contro gli attacchi ai barboni o gli anziani una legge contro le aggressioni agli anziani? Forse perché barboni ed anziani una legge non la chiedono affatto?

Lo dice anche Rocco Buttiglione (notoriamente grande amico degli omosessuali, che considera sbagliati come gli evasori fiscali), che nella sua relazione alle questioni pregiudiziali riesce con grande coraggio a denunciare la frode in atto: “Non si comprende tra l’altro perché dovrebbe risultare meno grave un atto offensivo eventualmente motivato dallo stile di vita eterosessuale [della vittima]“.

“Stile di vita”… Vi ricorda qualcosa?

Che i gay vengano menati perché gay evidentemente non ha nessuna importanza. Diventa e comportati come un eterosessuale e vedrai che non ti succederà nulla! Buttiglione rocks. Meriterebbe davvero un premio.

La seconda pregiudiziale riguarda l’asserita violazione dell’articolo 25 della Costituzione, cioé del principio di tassatività della fattispecie penale.

A tal fine“, leggiamo nella pregiudiziale”, si evidenzia come gli elementi costitutivi della fattispecie che si vuole introdurre, ovvero l’aver agito per motivi di ‘omofobia e transfobia’, intesi come odio e discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale di una persona verso persone del suo stesso sesso, persone del sesso opposto, persone di entrambi i sessi» siano estremamente generici e possano ricomprendere situazioni ampie e indeterminate“. “Orientamento sessuale” è un termine non sufficientemente determinato.

Non importa che ne parlino l’OMS, la legislazione europea e persino quella italiana (udite udite!), nel Decreto legislativo del 2003 in materia di discriminazione sul luogo di lavoro. Il nostro legislatore non sa cos’è l’orientamento sessuale. O se n’è soltanto dimenticato. I nostri parlamentari, evidentemente, un orientamento non ce l’hanno, o sono talmente confusi da credere di averne uno e invece ne hanno uno diverso… o anche più d’uno, chi lo sa.

Continuo, sempre su questo punto. L’On. Bertolini, che va a braccetto con Buttiglione, osserva che “l’indeterminatezza concettuale dell’espressione di orientamento sessuale, per la genericità del disposto normativo, non consente di individuare le fattispecie meritorie di una particolare tutela e contrasta con elementari principi costituzionali che impongono la prevedibilità delle conseguenze delle proprie condotte, in particolar modo di quelle penalmente rilevanti“.

Povere queste frange violente: se le punisci perché picchiano i froci, non se ne rendono conto. E’ difficile far capire loro che il loro obiettivo è l’o-r-i-e-n-t-a-m-e-n-t-o s-e-s-s-u-a-l-e della vittima, scandiamo bene le parole prima di ricevere dei ceffoni come nella celebre scena del film di Nanni Moretti. Non è tutto. Secondo Bertolini votare la legge implicherebbe “un pericoloso e paradossale elemento pregiudiziale nei confronti di chi omosessuale non è“.

I poveri maschi eterosessuali menati per strada perché camminano mano nella mano con la fidanzata subiscono quindi un pregiudizio, e soffrono un vuoto di tutela per il fatto di non essere omosessuali.

Siamo tornati alla preistoria del diritto. Che tutti i paesi civili (loro sì, civili!) abbiano una legge apposita non ha alcuna importanza. Davvero il nostro legislatore (si vedano i numeri: 293 sì, 250 no e 21 astenuti) ritiene che non si possa tutelare dall’omofobia e dalla transfobia senza contemporaneamente discriminare i non-gay e le non-lesbiche. Quei 293 sì (e mi spiace per la Carfagna, che si è astenuta, ma il numero di 21 mi sembra veramente una miseria; si vede che le sue idee le ha tenute per sé) stanno dicendo a tutte le persone omosessuali, transessuali e bisessuali italiani che non meritano tutela dalla violenza, dall’insulto e dal dileggio. Sono cavoli vostri, per essere fine.

Che siano loro i veri aggressori? Oggi la Camera ha firmato un contratto di partnership con tutti gli omofobi d’Italia. Questa è pura e semplice omofobia di Stato. Chiamiamo le cose col loro nome, ma il prossimo ceffone potrebbe non essere quello di Nanni Moretti.

Tutti a New York! O no?

4 luglio 2011 Lascia un commento

Leggo sul sito Conflict of Laws, un sito specialistico per chi si occupa di diritto internazionale privato, che l’approvazione da parte del legislatore dello Stato di New York della legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso avrà conseguenze finanziarie molto positive per le casse dello Stato. Il post, che è dell’amico – professore all’Università del Lussemburgo – Gilles Cuniberti, si trova qui.

Si calcola infatti che saranno 311 milioni i dollari che verranno incassati da New York grazie al convergere, nello Stato, di coppie gay e lesbiche desiderose di sposarsi: 3 milioni di compensi per le amministrazioni, 22 milioni di tasse di vendita, 283 milioni in proventi del turismo e 259mila dollari di pigioni per l’alloggio degli sposi e dei loro parenti. Approvare i matrimoni gay significa quindi più soldi.

Si prevede, inoltre, che saranno in 40.000 le coppie straniere che si recheranno a New York per sposarsi.

Ovviamente, è bene essere molto chiari sul punto: sposarsi a New York non implica nessun riconoscimento in Italia. Da noi per gli omosessuali non ci sono matrimoni, unioni civili e quant’altro. Niente. Qualche risultato utile potrà realizzarsi solo quando i casi giudiziari, instaurati in Italia da coppie coraggiose che sono andate a sposarsi all’estero, avranno avuto successo. Cioé solo quando si sarà riusciti a convincere un tribunale – con argomentazioni giuridiche che qui, per ora, vi risparmio – che le coppie di italiani omosessuali che si recano all’estero e tornano sposati meritano lo stesso trattamento di quelle eterosessuali sposate all’estero.

Prima di urlare allo scandalo per questa situazione, che non è certo nuova, bisognerebbe rendersi conto che nemmeno negli Stati Uniti, cioé in uno Stato molto avanzato sotto il profilo del pluralismo  delle soluzioni legislative e della mobilità delle persone, è possibile spostarsi da uno Stato all’altro solo per sposarsi e ottenere così diritti nello Stato di residenza. Per chiarire, se due cittadini del Wyoming vanno a New York a sposarsi ciò non significa che rientrati in Wyoming le autorità dello Stato li considerino sposati. Opera infatti il concetto di ordine pubblico, che impedisce a status e situazioni giuridiche createsi all’estero di produrre effetti nello Stato nel quale la coppia risiede stabilmente.

I diritti delle persone dovranno confrontarsi con l’ordine pubblico: in questo confronto, che sicuramente sarà molto duro, risiede la sfida del matrimonio same-sex.

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Buttiglione e lo strabismo di genere

29 giugno 2011 Lascia un commento

di Gabriele Strazio

“Io so corteggiare, lui no, e posso dimostrarglielo in qualsiasi momento”.

Questo è Rocco Buttiglione al settimanale ‘A’, riferendosi alla fama da playboy di Silvio Berlusconi.

In questi giorni di quote rosa (sulle quali, per quanto necessarie in un paese come il nostro, aleggia sempre la presenza del maschilismo d’ufficio), i politici italiani non riescono a fare a meno di fare a gara a chi piscia più lontano.

Boutades, barzellette, scivoloni. Dettagli, forse.

Però – per dirla con Nanni Moretti – le parole sono importanti, e in una politica che di questi tempi deve sempre richiamare se stessa alla sobrietà, i dettagli fanno la differenza.

In questa intervista, che ho trovato a tratti deliziosa, Buttiglione sembra voler mantenersi costantemente in bilico tra il non tradire la sua immagine di cattolico modello e l’irresistibile tentazione di ritagliare anche per sé un piccolo ruolo da gallo italiano nel cinepanettone dell’agone politico.

Vive con sua moglie da trentanove anni, ma non disdegna il guardarsi in giro, e per farlo il suo alibi, dice, gli viene dalle parole di Giovanni Paolo II: “amare è saper guardare le donne”.

E Buttiglione guarda, eccome. Incalzato dal giornalista, propone un suo personale podio di Miss Parlamento in cui, subito dopo Beatrice Lorenzin (PDL), compare la nostra Paola Binetti, per Rocco bella di cuore, intelligenza e fantasia (questa “fantasia”, se penso al famigerato cilicio, in effetti trova una sua certa ragione d’essere…). Riuscite a figurarveli insieme?

Proseguendo, cerca di fare però dei distinguo tra lui e Berlusconi: il secondo, infatti, sarebbe un playboy, mentre lui è un latin lover. Sembrano dettagli, appunto, ma se sei presidente di un partito cattolico, un dettaglio del genere ti salva l’elettorato. Io aggiungerei che – Ruby da una parte e Binetti dall’altra – anche il target pare differente, ma tant’è.

Ama il walzer e il tango lui, è uno da rosa in bocca e serenate, non cadrebbe mai nei giochi strani dei festini. Anche se, con la magnanimità di un confessore, cerca di assolvere come può il premier: il bunga bunga sarebbe stata la risposta tragica di Berlusconi al dolore per la fine del matrimonio con Veronica. Poco importa che l’ordine degli eventi non sia propriamente questo, soliti dettagli.

Nella stessa intervista, per non perdere il filo della sua carriera, Buttiglione torna a parlare anche di omosessualità: “L’omosessualità è un disordine morale. Se Dio ti ha dato un corpo da maschio, non potrai mai essere donna, non potrai mai avere una gravidanza”.

Anche senza voler soffermarsi sul pressapochismo e gli strafalcioni nei quali riesce a inciampare con una sola sparata (qualcuno gli parli della distinzione tra orientamento sessuale e identità di genere, please), il presidente dell’UDC non solo dimostra di non aver ancora compreso la sua storica bocciatura come Commissario europeo, proprio in relazione alle sue posizioni omofobe, ma di non sapere di cosa parla nemmeno quando tira in ballo la morale.

Non era neanche tanto tempo fa che si era lasciato andare a strane analogie, affiancando l’omosessualità ad altre condotte riprovevoli come l’adulterio o – e questa era la mia preferita – il non pagare le tasse. Tutto moralmente sbagliato, dunque, tranne evidentemente scommettere su chi rimorchia di più (lui direbbe “chi rimorchia meglio”, celodurismo di ritorno, ma la sostanza non cambia).

Bunga bunga buono, quindi, gay no buono. Da buon cattolico, Buttiglione non riesce ad uscire dal binario tutto machista della donna socialmente, affettivamente e sessualmente funzionale ad una direzione tracciata dall’uomo. Non c’è allora da stupirsi che per lui sia folle a livello patologico un uomo che, secondo questa logica, abdichi al suo status di privilegiato in favore di un ruolo subalterno. Se poi, come aggiunge un attimo dopo, consideriamo il fatto che un uomo gay non potrà mai avere una gravidanza (non fare figli, ma avere una gravidanza: l’aspetto “meccanico” della sua affermazione non è da sottovalutare), i gay non possono che essere completamente fuori di testa.

Sfodera però un ultimo distinguo, un evergreen: “sul piano politico e giuridico sono per la non discriminazione, ma su quello morale penso quello che pensa la Chiesa cattolica”. Peccato che, fosse per la Chiesa, gli Stati che applicano la pena di morte per le persone omosessuali dovrebbero essere lasciati in pace, e che i cattolici come lui in parlamento siano contrari a leggi contro l’omofobia. E, a meno che non ci sfugga l’ennesimo distinguo, la persecuzione e la violenza sono le figlie feroci della discriminazione.

Ma anche questo è solo un dettaglio.

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Presentazione oggi

22 giugno 2011 Lascia un commento

Oggi presentiamo il libro “L’abominevole diritto. Gay e lesbiche, giudici e legislatori” presso la Libreria Coop Statale, via Festa del Perdono 12, a Milano, alle 17.30. Vi aspettiamo!

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Se il movimento è vivo, ma la politica è morta. Intervista a Giovanni Dall’Orto

19 giugno 2011 Lascia un commento

di Gabriele Strazio

1 – A più di una settimana dalla parata dell’Euro Pride di Roma, credo si sia a distanza sufficiente per parlare dell’evento evitando i commenti a caldo. Dunque, parlandone a freddo: secondo te com’è andata?

È stato il Pride di massimo successo nella storia del movimento LGBT italiano. Anche più del World Pride, che forse ha raggiunto lo stesso numero dei partecipanti, ma questo solo grazie al contributo della più antica agenzia di propaganda della storia umana, quella con sede sociale in Vaticano. Del cui “aiuto” questa volta abbiamo purtroppo dovuto fare a meno.

Anzi, l’ordine dato ai mass-media questa volta era passare sotto completo silenzio l’evento. Ciononostante la gente ci è venuta lo stesso, in massa.

Tiè.

2- Si parla sempre di distanze incommensurabili tra Italia e resto del mondo rispetto ai nostri diritti, ma il nostro movimento LGBT, invece, rispetto al resto del mondo com’è messo?

Il movimento in sé, bene. Come capacità teoriche e politiche e culturali non mi sembra che noi italiani siamo messi peggio che altrove. Nelle nostre file abbiamo santi e farabutti, esattamentecome all’estero. Anzi, paradossalmente, visto che qui girano pochissimi soldi, noi attiriamo in proporzione meno farabutti, e contiamo di più sui santi, per andare avanti. Gente che lo fa perché ci crede, e non perché in Italia sia possibile una “carriera gay”.

La differenza è che quando fai politica in qualunque Paese al mondo hai dei nemici e degli interlocutori. In Italia non hai interlocutori: anche chi non ci è nemico, poi non vuole rivolgerci la parola. E figuriamoci ascoltarci.

La nostra anomalia è qui, soprattutto grazie al PD, il partito che da 18 anni non riesce né a nascere né a morire.

3- Sfruttando anche la tua lunga esperienza nel movimento, cosa ti sembra sia cambiato, nel bene e nel male, rispetto alle partecipazioni collettive del passato?

Io credo che questo Pride segni uno spartiacque.

La parata del Pride è cambiata troppo, negli anni, ed è arrivata ai limiti di quel che poteva dare senza generare una crisi. Non riesce più ad essere una manifestazione politica (nessuno slogan, ma solo tanto pumpum musicale dai carri) e non riesce ancora ad essere la “festa di paese” dei gay, come è nei Paesi in cui il movimento ha ottenuto di più. È un ibrido, e come tale mal riuscito sia come manifestazione politica, sia come festa di paese.

In tutto il mondo la parata è un evento gestito da associazioni ad hoc, in molti casi di carattere prettamente commerciale, mentre per il movimento il Pride è semmai occasione per iniziative culturali, politiche, artistiche…

Solo in Italia abbiamo un movimento LGBT che, di tasca sua, investe centinaia di migliaia di euro in un evento che anche quando ha successo non riesce poi ad incidere sulla politica del Paese. Lo dimostra il Pride del 2007, che portò in piazza più gente che il “Family day”: peccato che nessuno lo sappia o se ne ricordi. O come lo stesso World Pride 2000, con un milione di manifestanti, e risultati politici zero, dopo ben 11 anni. Il Mieli sta ancora pagando i debiti di quel periodo, Ne è valsa la pena? Chiediamocelo.

Molte delle più grandi manifestazioni di piazza realizzate in Italia nel XXI secolo sono state organizzate da noi. Qualcuno se n’è accorto?

Io dico quindi che d’ora in poi la parata andrà  lasciata alla sua sorte, smettendo di finanziarla come movimento, e se da noi non ci sono gli sponsor e i soldi e le realtà commerciali sufficienti per pagare 40 carri, va bene, che i carri siano 10, o 5, o 2: non vedo cosa cambierebbe. Andrebbero a piedi alcune decine di persone che ora ballano sui carri, ma avremmo il medesimo impatto.

Invece coi soldi risparmiati potremmo pagare dieci o quindici o venti lobbisti a tempo pieno che rompano il c… ogni giorno a politici, giornalisti, religiosi, scrittori… Quelli sì che servirebbero.

Quanto alla cultura, se fosse andata buca la partecipazione di Lady Gaga sul palco avremmo avuto quattro drag in croce e due porno star a culo nudo.

Ebbene. credo che con i soldi investiti in questo tipo di “eventi culturali” potremmo fare cose ben diverse  con artisti gay già presenti sulla scena italiana, come gli Egokid, Monica Cecchini, Ciri Ceccarini, Giuseppe Giambrone, Paolo Ferrarini, H.E.R., La Cristiana, Jenny Random e se proprio non puoi fare a meno del trash mi abbasso anche a citare Osvaldo Supino. Chi sono? Vai a cercare su Youtube, chi siano, perché al Pride non li vedrai di certo. Qui, più in là di Raffaella Carrà non andiamo… Un vero trionfo della modernità.

4- Su diversi media gay, come ogni anno, si riaccende la polemica Pride sì/Pride no, chi dice che è inutile, chi dice che sarebbe da farne uno al giorno…tu come la vedi?

Vedi, se io fossi un cattolico, tu non mi chiederesti neppure se abbia senso o no celebrare il Natale, così come, se fossi donna, non mi avresti mai chiesto che senso ha la festa della donna. Invece, siccome siamo gay, ogni anno si pone questo problema. Questo la dice lunga sul livello del dibattito. Ecco perché abbiamo bisogno di celebrare il Pride: Finché qualcuno porrà la domanda su a cosa serva farlo, ci sarà bisogno di farlo.

5- Le questioni LGBT e l’informazione: dell’Euro Pride non se n’è parlato quasi per nulla fra TV e giornali, salvo che per la partecipazione di Lady Gaga; in più, i servizi dei telegiornali hanno passato, come al solito, solo le immagini più fuori dagli schemi, quelle che “tirano” di più, per intenderci. Da giornalista e da militante, qual è la tua opinione? È un problema risolvibile?

Certo. Nel momento in cui smetti di dedicare tutto il tempo per scegliere la madrina del Pride, e l’inno ufficiale del Pride, e il logo del Pride, e il trailer del Pride, e magari anche il fottutissimo documento politico del Pride (su cui si è strillato e litigato per un mese e che sfido chiunque a dirmi cosa contenga)… allora forse hai il tempo di porti il problema della comunicazione. Ma non prima.

A me è successo di essere intervistato dal “Manifesto” da una giornalista davvero brava, però quando ho rimproverato Vendola per non essersi mai espresso a favore dei matrimoni gay, mi sono trovato il giorno dopo sul giornale a rimproverarlo per non avere mai approvato le unioni civili. Ma sulle unioni civili Vendola si è espresso da mo’, è sul matrimonio gay, che nicchia!

Ebbene, se un quotidiano che ci è amico e vicino come il “Manifesto” non ha ancora ben chiara la differenza fra la rivendicazione relativa alle unioni civili (che riguarda anche le persone eterosessuali) e quella sui matrimoni gay (che riguarda solo noi), vuol dire che dal punto di vista comunicativo in questi anni non ci siamo proprio fatti capire. È per questo che io voglio dieci, quindici, venti lobbisti a tempo pieno.

E da giornalista aggiungo: tu, comitato organizzatore, ti sei lagnato che sul palco non avevi avuto la sponsorizzazione di, che so io, Telecom. Ok, hai ragione a lagnarti, perché anche questo boicottaggio assurdo fa parte dell’anomalia italiana. Ma su quel palco hai fatto salire una pornostar in jockstrap (peraltro bonissima, per carità) a sculettare. E ti domando: ma tu davvero pensi che la Telecom ambisca a vedere girare foto in cui il suo logo sul palco incornicia il culo nudo d’una pornostar (peraltro bonissima)?

A me le pornostar piacciono moltissimo, e meno sono vestite e più mi piacciono. Però qui va fatta pace col cervello, e va deciso se noi vogliamo o loro, o la Telecom. Se vogliamo loro e non la Telecom, a me va benissimo, però diciamolo con chiarezza e smettiamola con le lamentele.

Insomma, in assenza d’una riflessione culturale, politica, o banalmente capitalistica su cosa siano e debbano essere i Pride, abbiamo queste contraddizioni.

Ma una volta che ti ho esposto in questi termini il problema, sai già che ti sto dicendo che ovviamente penso sia risolvibile. Ci mettiamo lì intorno a un tavolo a rifletterci sopra, e vedrai che le soluzioni le troviamo.

6- Alemanno ha mandato un messaggio di saluto all’Euro Pride; Polverini è venuta al corteo, ma non ha aderito alle rivendicazioni (ed è stata fischiata); Bersani assente, altri partiti presenti ma senza leader; presenti Concia, Scalfarotto, Grillini; Vendola, pur presente, sembra essere l’unico a parlare ancora di “coppie di fatto” anziché di matrimonio gay… Quindi, domanda universale: politica (anzi, politici) e movimento LGBT, com’è il rapporto?

E che rapporto può esserci con partiti che non riescono più a capire il Paese che vorrebbero dirigere? Fai un po’ tu.

7- Da ultimo, per non perdere il filo: al di là delle considerazioni tecniche, la questione legge contro l’omofobia – di cui si fa gran parlare in questo periodo – è un Frankenstein che discende da questo rapporto anomalo?

Assolutamente sì.

Il PD ha affidato a Paola Concia l’incarico di “fare ammuina” per fare vedere che qualcosa stanno facendo, e che solo la cattiveria altrui ha impedito di portare a casa qualcosa. Come se loro al governo non ci fossero mai stati negli ultimi 20 anni, invece.

In questa strategia di fare tanto per fare, ci siamo già beccati una pregiudiziale d’incostituzionalità sull’estensione della Mancino ai gay, e stiamo per andare verso una seconda pregiudiziale sulla proposta Soro. Cioè una proposta che al movimento gay non piace, e che Arcigay non vuole proprio.

Questa strategia è mostruosa. Due pregiudiziali d’incostituzionalità non sono caramelle. Sono atti ufficiali, per ribaltare i quali occorrerà un sacco di fatica. Qualcuno fermi la Concia, per favore, e soprattutto qualcuno fermi il PD, se davvero non vogliono fare nulla per noi, che almeno non facciano più nulla, davvero, così almeno non peggiorano la situazione.

8- La pozione magica: se il movimento LGBT dovesse rinascere oggi, con i giovani, cosa consiglieresti loro? Da dove partire, cosa rottamare, cosa recuperare…?

Mah, il movimento LGBT sta già rinascendo, coi giovani. Abbiamo perso due generazioni, prima i rampantini ora quarantenni, poi la X generation degli ora trentenni. Arrivati alla mia età tutti gli esseri umani iniziano a dire che “i giovani non sono più quelli di una volta” (il che è geneticamente verissimo) e in effetti gli attuali quarantenni e trentenni non è che abbiano prodotto ‘ste grandi personalità. Molti portabborze di partito (in genere selezionati in quanto mediocri e quindi non pericolosi), e molti art director, direttori artistici, grafici pubblicitari e piazzisti convinti del fatto che il marketing nella vita sia tutto, e che i diritti, per averli, basta comprarli

Tuttavia, contrariamente a quanto si dice arrivati alla mia età, io dico che i giovani mi sembra stiano tornando sì “quelli di una volta”. I gruppi universitari e (novità novità) quelli dei liceali mi paiono tostissimi. Per molti versi sono un po’ ingenui, ma l’interruzione deliberata della catena del sapere politico per colpa della mia generazione di ex-tutto (quella che ha buttato via il bambino ed ha accuratamente conservato l’acqua sporca) è stato un handicap piuttosto pesante. Devono riscoprire tutto da zero.

Quel che mi piace di più di loro è che vorrebbero iniziare col rottamare me. E questo mi sembra un eccellente proposito. Certo, devono anche riuscire a realizzarlo oltre che a volerlo, ma come inizio è promettente. Tu non trovi?

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Come ti smonto la legge sull’omofobia

16 giugno 2011 Lascia un commento

Il percorso del disegno di legge sull’omofobia attualmente in discussione alla Camera (qui l’iter in assemblea) è stato segnato da una serie di incidenti di percorso che ne hanno completamente snaturato le finalità. Personalmente non sono d’accordo con la formulazione del d.d.l., per le ragioni che assieme a Gabriele ho esposto nel libro “L’abominevole diritto“, nel quinto capitolo, ma cercherò di turarmi il naso e risparmiarvi, per ora, delle annotazioni tecniche per concentrarmi invece sull’abile strategia delle pregiudiziali di incostituzionalità sollevate contro quel d.d.l.

Di cosa si tratta? Semplicemente, prima di votare un provvedimento il legislatore verifica che esso sia conforme alla Costituzione. E’ paradossale, bisogna rendersene conto, che proprio questo legislatore, le cui leggi vengono abbattute dalla Corte costituzionale con una frequenza agghiacciante, si azzardi a votare una legge in questo modo, ma tant’è. Le questioni si dicono “pregiudiziali” perchè vengono votate prima della votazione sulla legge: basta che questa non passi (cioé basta che la maggioranza dica che la proposta di legge non è conforme a costituzione) che la votazione sul merito non ha luogo. Si badi che non stiamo parlando di un cavillo. Affatto. La pregiudiziale di costituzionalità è un metodo di controllo perfettamente legale. Ma non questa volta.

E non lo è perchè le obiezioni avanzate all’interno delle pregiudiziali da coloro che le hanno proposte (Buttiglione & Co., ancora una volta) sono degli esempi di tale ignoranza (scusate: mancata conoscenza della materia) e stupidità (scusate: diversità di vedute) che è difficile individuarne di pari. Vi si legge, infatti, che il termine “orientamento sessuale” non sarebbe definito. Ma come? Il legislatore ha già approvato leggi che menzionano l’orientamento sessuale senza farsi alcun problema. E’ il caso dell’attuale legge sulla discriminazione sul luogo di lavoro, frutto di una direttiva europea che ha generato un recepimento tormentato. O del codice penale militare, che stabilisce che non si possono precludere avanzamenti di carriera nelle forze armate in virtù dell’orientamento sessuale dell’interessato. Poi, oltre che legale l’orientamento sessuale è anche una definizione clinica, come ben insegna l’OMS.

Ecco l’ignoranza.

Ma vi è, come dicevo, anche la stupidità. Stupido è infatti considerare la categoria dell’orientamento sessuale come comprensiva anche di cose che con esso non c’entrano niente, come la pedofilia, la zoofilia, le necrofilia eccetera. Sì, perché già una volta il legislatore c’era cascato: il 12 ottobre 2009, quando votando un precedente d.d.l. in materia aveva approvato una pregiudiziale che qualificava l’orientamento sessuale come inclusivo di quelle cose. Come scrive Andrea Pugiotto, acuto docente a Ferrara:

Per il legislatore non c’è soluzione di continuità tra inclinazioni patologiche o addirittura penalmente illecite e una “variante del comportamento sessuale umano” (come l’OMS qualifica l’omosessualità), “condizione dell’uomo degna di tutela” (come la qualifica la Cassazione civile). Per il nostro Legislatore l’omosessuale resta una persona malata imprigionata in un corpo deviante, quando non criminale.

Chi ci governa, quindi, ritiene che una buona parte della popolazione, gli omosessuali, non siano persone, ma criminali in potenza e malati. E gravi, pure.

La falsità di questa premessa è evidente a chiunque. Soprattutto, è bene sottolineare che non c’è niente nella Costituzione che vieti l’adozione di una legge che tuteli la persona dall’insulto, dalla minaccia, dalla violenza a motivo del suo essere omosessuale, bisessuale o transessuale.

Lo stesso valga per l’altra pregiudiziale, quella legata al principio di uguaglianza. Si dice, al riguardo, che proteggendo gli omosessuali e i transessuali si esalterebbe una loro caratteristica a scapito di coloro che non ce l’hanno. Sarebbe quindi una discriminazione nei confronti degli eterosessuali. Ironia della sorte. Una barzelletta, insomma: se ti picchiano, devi essere tutelato come tutti. Vero. Ma assimilare la tutela di gay e lesbiche con quella di tutti i cittadini è un errore logico, prima ancora che politico, perché non mette in evidenza il carattere omofobico della violenza, e quindi la vera ragione per la quale la violenza viene perpetrata. Io ti picchio solamente perché tu sei gay o lesbica. O perchè penso tu non meriti altro che botte, come alcuni pensano, perché in quanto gay o lesbica sei un essere inferiore.

Chi non vede questo aspetto è un omofobo in potenza: perché ignora il cuore del problema e rifiuta di vedere il processo di isolamento e vittimizzazione che ogni singolo episodio di violenza comporta nei confronti di omosessuali e transessuali.

Detto altrimenti, non si tutelano le minoranze per rispetto delle maggioranze. Che bei democratici che sono questi nostri amici deputati, vero?

Gay Pride, hic sunt leones

10 giugno 2011 Lascia un commento

di Gabriele Strazio

Da copione: siamo a più di dieci anni da quella pietra miliare che è stato il World Gay Pride del 2000 a Roma e siamo ancora qui a difendere il nostro diritto, sancito dalla Costituzione, a manifestare pacificamente in un paese libero e, almeno a parole, laico.

Tra gli altri, era l’On. Selva (all’epoca di Alleanza Nazionale), in un’interrogazione parlamentare all’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato (do you remember?) a paventare nella manifestazione dell’orgoglio LGBT la presenza di una frangia “abbastanza consistente, che anziché il diritto di protestare si vuole ritagliare il diritto di fare una provocazione nei confronti del Sommo Pontefice”. Siamo nel 2011 e ancora ci dobbiamo sorbire l’argomentazione della “Città del Santo Padre”, parlando della capitale della nostra Repubblica. E’ proprio vero, in Italia non si muove una foglia.

Questa volta è il turno, di nuovo, della strana coppia Paola Binetti e Carlo Giovanardi, due affezionati del mondo gay, una coppia che più di fatto non si può, di quelle che le agenzie matrimoniali non farebbero fatica a piazzare con un solo appuntamento al buio. Una manifestazione da vietare, la nostra, perché oltremodo offensiva dei sentimenti cattolici, e ancora giù con ‘sta storia del Papa (manie di protagonismo? Poi dicono che sono le checche a far le primedonne…). C’è di più: la Binetti mette le mani avanti su eventuali “attacchi alla Costituzione” qualora dal palco vengano proposti i matrimoni gay. Fa bene ricordarle che vietare una manifestazione, questo sì, è un attacco alla Costituzione.

Ma per due che trovano “incostituzionali” dei manifesti pubblicitari come quelli dell’Ikea, c’è da stupirsi della loro scarsa dimestichezza con la nostra Carta fondamentale?

Al di là di queste mistificazioni – tanto più gravi perché compiute in cosciente malafede – c’è il solito ritratto a tinte forti della parata: corpi nudi, sesso all’aperto, perversione collettiva, bambini toccacciati e via discorrendo. Ovviamente, il tutto raccontato attraverso un telefono senza fili infinito del “mi hanno detto che”, senza che nessuna di queste persone abbia mai messo piede in un Gay Pride.

Nella cartografia antica, quelle aree ancora inesplorate, o delle quali si sapeva poco e solo per leggende tramandate nel tempo, erano rappresentate con larghi spazi bianchi, riempiti da grottesche figure mitologiche, mostri e draghi marini, oppure campeggiava la scritta “hic sunt leones”: un monito terrificante che ammoniva chi si avventurava in quel mondo sconosciuto: un mondo di bestie e non di uomini, un mondo dal quale stare alla larga.

A cosa serve ancora oggi, allora, una manifestazione come il Gay Pride? Fuori dal suo significato storico, serve a farci conoscere, a farci vedere per quello che siamo, non per quello che si racconta di noi. Serve a riempire quelle lacune della conoscenza reciproca, collettiva, civile, che ancora ci tengono lontani dall’essere cittadini a pieno titolo. Riempirle dei nostri corpi, dei nostri volti, dei nostri sorrisi, dei nostri colori.

E sì, la manifestazione del nostro orgoglio non è sicuramente in una scala di grigi. Da quel nostro arcobaleno, insieme simbolo e riassunto delle nostre identità, fino alla musica, i balli e i carri, la nostra è una festa del vivere, dell’esistenza fuori dalla negazione. E quindi, di nuovo sì: forse fa anche sorridere, o di più, ridere. Ma il punto è: e allora?

Socrate stigmatizzava così la risata facile alla prospettiva dell’egualitarismo sessuale: “coglie dalla sua sapienza il frutto del ridicolo prima che sia maturo”. Meraviglia: il ridicolo, quindi, dona infine un suo frutto, ma lo si può gustare appieno solo se maturo. Lontani, allora, da quella risata morbosa figlia delle pigre abitudini mentali, da quella diffusa cultura della normalità prescritta e non vissuta, conosciuta.

Il ricorso alla provocazione, al colore, alla bizzarria non potrà e non dovrà mai compromettere la serietà del nostro fine: il Gay Pride è scendere nelle piazze e bussare alle finestre chiuse, per farci guardare, per parlarsi. Le nostre sono vite perché sono l’esserci e sorridere nonostante tutto.

Del dibattito pubblico sui diritti civili noi dobbiamo essere il centro, non il margine: perché nessuno ha più a cuore l’importanza di un diritto come chi ne è privato.

Qualcuno mi chiederà cosa c’entra, in tutto questo, Paola Binetti. Ma questa è appunto la mia, di domanda: la Binetti, che c’entra?

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A Roma tutto bene

8 giugno 2011 Lascia un commento

Le presentazioni romane del libro dello scorso week end sono andate bene. Gabriele ed io siamo tornati esausti lunedì sera, salvo risentirci per telefono due ore più tardi per la consueta intervista su Radio Lupo Solitario.

La prossima presentazione il 22 giugno a Milano.

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